Voglio raccontarvi una storia.
Più di quarant'anni fa e precisamente nel 1968, G., un ragazzo che allora affrontava il suo esame di maturità classica, colse al volo una delle tracce suggerite per il tema e la interpretò secondo la propria sensibilità, parlando di cibo e cucina. "Si parli dell'Arte e delle sue forme", più o meno così citava il titolo della proposta del componimento. G. non ebbe dubbi e scrisse con amore e passione di un'arte tra le arti, l'approccio verso il cibo, la preparazione (attenta e giocosa allo stesso tempo) di quello che poi si metterà nel piatto, la cura nel cuocere un arrosto, la fantasia nell'inventarsi una pastasciutta e il piacere della condivisione a tavola.
Solo goduriosi e golosi con l'acquolina in bocca o muniti di sensibilità generosa -per un aspetto particolare della vita certo- ma che spesso coincide con un modo di porsi, di vivere la socialità? Non voglio qui dire che chiunque ami il cibo e la cucina sia l'individuo perfetto, esempio del buon vivere e maestro nelle relazioni...non scherziamo! Qui mi sto riferendo a quel particolare tipo di persona che mette cura e rispetto in tutto (quasi) quello che fa, cibo e cucina inclusi.
Insomma, sapete come finì la storia? G. fu bocciato. Magari non soltanto per il tema sopra le righe (dell'epoca o anche di adesso per alcuni?) ma sicuramente, quando gli fu chiesto da uno dei baroni, davanti a tutti in commisione orale, di rinnegare "le stupidaggini" scritte nel tema, G. non lo fece.
Buon appetito grande cuoco G.!